Natale: sono arrivate già da alcune settimane le proposte natalizie dei big del nonprofit.
Colpisce la professionalità delle proposte e il tentativo di offrire una ampia gamma di alternative di sostegno. Fra l’altro (forse è solo una impressione) in questi momenti di grande crisi la sensazione è che paradossalmente si sia meno aggressivi, si inviti più alla riflessione su ciò che si propone, sull’importanza di sostenere dopo avere condiviso veramente…..
Tutto bene, però c’è una cosa assurda, che salta agli occhi.
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Presso l’azxienda X si svolge un colloquio con un candidato all’assunzione che ha mandato uno strano curriculum presentandosi come “FATTUROLOGO”.
Il direttore dell’azienda è perplesso, vuole capirci di più, la qualifica di fatturologo gli è totalmente nuova.
“Quindi di cosa si occupa il fatturologo?”, chiede al candidato.
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Dal Resto del Carlino del 6 agosto 2011.
A Bologna la mostra “Bob e Nico” di Roberto Benigni e Nicoletta Braschi raccoglie 50.000 € a favore dell’IRST di Meldola (Forlì). Un bel risultato di raccolta fondi se non fosse che la mostra è costata 450.000 €.
Si tratta di un bell’evento culturale, la cui qualità non si discute, che perdipiù ha generato un surplus di 50.000 € devoluto ad una organizzazione nonprofit a sostegno di importanti progetti di ricerca. La finalità benefica non ha fatto altro che arricchire di significato un evento di per sè già importante e di valore.
Se la cosa invece fosse stata progettata fin dall’inizio come un evento di beneficenza per raccogliere denaro l’esito sarebbe semplicemente disastroso (450.000 € di costo, 50.000 € di raccolta).
Fin qui tutto chiaro e lineare.
C’è però un problema……..
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Tutto scorre, affermava il filosofo.
Tutto scorre, nulla rimane, possiamo dire noi oggi.
E’ incredibile la quantità di informazioni che scorre giornalmente su internet e specialmente sui social network. E’ una conoscenza usa e getta. dura lo spazio di un secondo e poi sfugge….il più delle volte non vale neanche l’attimo che distrattamente le abbiamo dedicato.
E’ facile rendersene conto magari d’estate, quando avendo qualche momento libero in più si coltiva l’illusione di “mettersi in pari” con le letture sui temi che ci interessano.
Purtroppo questa superficialità sta contagiando anche la carta stampata, per cui si pubblicano sempre più libri che non servono, vuoti di contenuti utilizzabili e ci sono anche importanti riviste per addetti ai lavori che assemblano materiale raccogliticcio e di dubbia qualità. Chi l’avrebbe mai detto?
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“Avere una strategia non vi garantisce che riuscirete ad avere un impatto significativo, ma senza una strategia è garantito che sicuramente non ne avrete alcuno”.
Paul Brest, già docente ad Harvard, è presidente della Hewlett Foundation, un colosso della filantropia USA. In numerosi suoi interventi reperibili su Internet denuncia la carenza congenita che il nonprofit soffre a livello strategico: carenza da parte di chi chiede e anche, nel suo caso, da parte di chi dona.
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La raccolta fondi purtroppo è una maratona,
Non può essere altro, se deve essere stabile, solida, credibile.
Invece i gruppi di volontari che si trovano attorno ad un tavolo per impostare un progetto di raccolta fondi sono quasi sempre fatti di centometristi.
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Riflettendo sui fattori di successo del fund raising si distingue normalmente fra ciò che dipende dall’organizzazione (fattori interni) e ciò che dipende dal contesto (fattori esterni, quasi sempre al di fuori del nostro controllo).
Poi c’è il piano e qualche buona idea fornita magari dal consulente di turno.
Ci può essere anche il colpo di fortuna, naturalmente…….
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Viene spesso da chiedersi, lavorando con le organizzazioni nonprofit, dove si trova quella sottile linea di compromesso, di equilibrio che marca il passaggio dal beneficio del regolamentare un minimo al maleficio del regolamentare troppo.
La forza trainante del leader carismatico è spesso come un fiume in piena da incanalare in modo che possa esprimere tutta la sua energia; quand’è però che imbrigliando questo fiume in realtà lo si ferma, lo si depotenzia?
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E’ impossibile non notare l’importanza degli occhi, degli sguardi nella comunicazione.
Il nonprofit ci abitua a questo, anche se a volte ne abusa. Chi ha un approccio soft si concentra sul dopo-problema e ci mostra sguardi allegri, sguardi che ringraziano. A volte colpiscono gli sguardi di speranza di chi già intravede una via d’uscita da una situazione difficile.
Altre volte, cercando lo shock, si punta sullo sguardo sofferente, disperato, di chi si sente abbandonato e senza possibilità di riscatto dalla sofferenza.
Questi comunque, nell’uno e nell’altro caso, sono tutti occhi e sguardi che fanno parte di un contesto problematico che accettiamo come parte della nostra vita e su cui possiamo decidere o meno di impegnarci.
Poi ci sono gli occhi alieni.
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