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Quattro: la raccolta fondi e il negoziante all’angolo

Ci è capitato di recente di dovere spiegare ad una organizzazione nonprofit che intendeva iniziare a fare raccolta fondi quali fossero le implicazioni di questa loro decisione; in altre parole si cercava di mettere in fila una serie di attività da impostare che, coerentemente col nostro modello, riguardavano aspetti organizzativi e strategici ancor prima che economici.

Di fronte alla reazione dei nostri interlocutori (“ci deve essere un equivoco, noi vogliamo solo dei fondi in più”) ci è venuto spontaneo fare un esempio ragionando su una semplice attività  economica come un negozio, il “negozio all’angolo” che ciascuno ha vicino a casa sua.

E’ possibile, per un negoziante, pensare di vendere la propria merce:

  • senza avere prima selezionato i prodotti
  • senza avere deciso i prezzi
  • senza avere preparato la vetrina
  • senza avere trovato ed addestrato una commessa
  • senza avere, infine, investito un po’ di denaro per farsi conoscere ed acquistare un po’ di stock?

Certamente non sarebbe possibile, e rendiamoci conto che il negoziante tratta beni tangibili e parla il linguaggio universale del commercio e del denaro. In altre parole, l’organizzazione nonprofit si confronta con un’impresa cento volte più ardua.

Come è possibile allora per un soggetto nonprofit pensare di potere fare meno di un minimo di organizzazione e di un piano di attività? Come è possibile, ancora oggi, dare tutto (o quasi) per scontato e per dovuto?

Fare raccolta fondi vuole dire anche aiutare molte organizzazioni a compiere un vero e proprio salto culturale in avanti.

PC / C.E.

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