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Ventuno: fundraising e ricette di cucina

Ci capita spesso di incontrare un approccio al fund raising che potremmo definire “culinario”. Il punto di partenza di chi lo propone è che fare fundraising è come stare in cucina, con tutti gli ingredienti a disposizione.

Si presenta alla organizzazione nonprofit il menù del giorno, da cui non si può derogare e si propone ovviamente la classica struttura primo-secondo-dolce, scelti non secondo i gusti (cioè le necessità dell’organizzazione), ma secondo gli ingredienti che abbiamo in cucina (cioè quello che sappiamo o possiamo fare).

Poi una volta avuto l’ordine si mescolano gli ingredienti standard (cioè la strumentazione tecnica di riferimento) e con quella si fa tutto, tanto il pomodoro è sempre pomodoro e il parmigiano è sempre parmigiano. Un pizzico di questo, un pizzico di quello….fatto!

Purtroppo il fund raising non è un pranzo al ristorante, e i menù preconfezionati e adattati al gusto del cliente giusto con un pizzico di sale in più lasciano il tempo che trovano.

Noi riteniamo invece che fare fund raising voglia dire avere il coraggio di presentarsi alle organizzazioni con un foglio bianco, i cui contenuti andranno costruiti assieme, analizzando con serietà  il contesto e concordando un percorso chiaro verso un obiettivo che a priori un esterno come il consulente di fund raising non può conoscere.

E’ chiaro che questo è un approccio più “scomodo” e responsabilizzante.

Invece stare seduti a tavola ad aspettare il cameriere illude di potere ricevere la soluzione ai propri problemi sotto forma di una minestrina riscaldata, forse non molto buona ma certo rassicurante, senza fatica nè mali di testa.

Illusioni di questo tipo creano danni gravi alle organizzazioni, e c’è ancora chi gioca sull’equivoco…

PC – C.E.

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