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Trentacinque: non ci posso credere

Ancora sul direct mailing, e sulle strane idee che alcuni professionisti stimati sostengono a proposito del suo utilizzo nella raccolta fondi.

Brani di una conversazione seria (o presunta tale), a tavola, presso una importante organizzazione nonprofit del nord Italia, qualche settimana fa; protagonista: un dirigente di una grande società che vende liste per il mailing.

“Sapete quando il direct mailing non funziona? Quando l’organizzazione nonprofit non riesce a mettere da parte la sua Buona Causa!”

Increduli, gli chiediamo di spiegare….

“Certo, se non si mette da parte la Buona Causa l’organizzazione si pone su un piano di emotività, non segue le regole…..nel mailing bisogna essere precisi, metodici, così si portano a casa i risultati….”.

Sì ma l’organizzazione deve raccontare la sua storia, qualcuno obietta.

“L’importante è che quello che si racconta non distragga troppo chi legge; sappiamo ciò che chi legge vuole sentirsi dire, quindi diciamoglielo, no?”.

Bravo, bene.

Questo sì che è un discorso che dimostra quanto le logiche del nonprofit e della raccolta fondi siano chiare ad alcune persone che ruotano attorno allo strumento del direct mailing.

Questo sì che è un discorso che va nella direzione della trasparenza e della capacità di mantenere una promessa.

Il direct mailing è uno strumento potente ma va usato in modo responsabile. Forse sarebbe meglio se solo le organizzazioni nonprofit strutturate lo utilizzassero, tenendone in mano tutta la gestione senza affidare la propria immagine e credibilità a consulenti esterni che fino a ieri vendevano libri (o forse ciabatte) e oggi trattano con la stessa grazia argomenti un po’ più delicati e seri.

PC – C.E.

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