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Cinquantasei: un motivo c’è!

Autoreferenzialità: una brutta cosa.

Ma cosa vuole dire?

Vuole dire che se qualcosa non va come ci aspettiamo la colpa è degli altri che non sanno, non capiscono, non apprezzano….

Nella raccolta fondi questa cattiva abitudine è molto evidente. L’autocritica non è quasi mai praticata, l’approccio più comune è cercare qualcuno da biasimare per quello che succede. Oppure dare la colpa alla congiuntura, alla politica, al malcostume, alla concorrenza di altre organizzazioni.

Sarebbe utile invece ragionare in modo più obiettivo: un motivo sicuramente c’è, se le cose non vanno, e la ricerca di questo motivo è opportuno che parta dall’interno della nostra organizzazione, addirittura da noi stessi.

Se non siamo disponibili a fare autocritica, a metterci in gioco pienamente abbracciando la logica del cambiamento, come possiamo pensare di avere successo nella raccolta fondi, cioè in una attività in cui il confronto con gli altri è alla base di tutto e proprio per questo deve essere improntato ad obiettività ed apertura mentale?

A volte l’autoreferenzialità dipende dai vertici delle organizzazioni, altre volte è diffusa a tutti i livelli e costituisce un forte elemento di freno e di chiusura.

“Noi comunichiamo coi nostri potenziali donatori e spieghiamo le nostre finalità e i nostri progetti ma la gente spesso non capisce e questo è il vero problema” diceva convinto qualche tempo fa un presidente nonprofit.

“Ma se non capiscono un motivo c’è” – cercava di spiegare il consulente esterno -“non è per caso che voi non siete capaci di comunicare ciò che fate?”

“Certo che no, il problema è la gente”-insisteva il presidente – “e d’altra parte se la gente è ignorante non è certo colpa nostra….”.

Autoreferenzialità, appunto……

 

PC / C.E.

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