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Settantacinque: Taxi fund raising: cattive abitudini

Nella raccolta fondi a volte l’aspettativa è che il consulente esterno dia uno “strappo” all’organizzazione, giusto da qui a lì, come se fosse un taxi a cui si chiede un passaggio.

“Dobbiamo fare un mailing, se ne può occupare lei?” – “ma perché un mailing, quali sono gli obiettivi?” – “no senta, il problema è il mailing e basta, non distraiamoci con altre cose…”.

Di solito questo è l’inizio della collaborazione stile taxi, che senza analizzare il contesto e le varie opzioni percorribili si adegua ad una richiesta a volte sensata a volte assolutamente sbagliata da parte dell’organizzazione.

Come spesso succede la raccolta fondi viene vista come una seccatura e si vuole risolvere il problema rapidamente, col minimo dispendio di energie e senza un impegno vero, occupandosi solo di andare da qui a lì senza preoccuparsi del dopo.

E il tassista che ruolo gioca?

A volte cerca di suggerire un itinerario alternativo, altre volte fa finta di niente, un po’ perché “il cliente ha sempre ragione”, un po’ perché sa che tanto arrivano altri taxi e non c’è garanzia che il cliente non si rivolga semplicemente ad altri.

Forse il consulente, oltre ad un cartello “io non lavoro a percentuale” dovrebbe anche esporre un cartello “io non sono un taxi”, per il bene delle organizzazioni distratte!

PC / C.E.

 

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