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Settantasei: Il potere dei NO

Nella raccolta fondi si è sempre concentrati sul portare a casa dei SÍ.

Il SÍ vuole dire donazione, spesso, ma vuole dire anche apprezzamento per la proposta, per la propria organizzazione e, in ultima analisi, per se stessi.

Per ottenere più SÍ ogni fundraiser acquisisce nel tempo la capacità di gestire i NO: li esorcizza, impara a farseli scivolare addosso, a girarci attorno, a costruirci sopra una opportunità malgrado tutto…

Il NO è l’ostacolo da scavalcare, senza rinunciare alla propria identità, senza troppi compromessi.

Raramente invece si pensa al NO in chiave positiva, considerando l’importanza che il NO può avere quando siamo noi a dirlo, quando cioè il fundraiser lo utilizza (con attenzione e parsimonia) per rendere più efficace la sua attività.

Sappiamo che nel fund raising uno dei maggiori rischi è la dispersione delle energie su troppi fronti, il volere fare tutto per timore di perdere qualche opportunità o scontentare qualcuno che ci propone un’idea.

Pensiamo spesso che rendersi disponibili sia l’unico modo per coinvolgere e motivare chi collabora con noi e questa rischia di diventare una prassi che ci espropria del nostro tempo e ci impedisce di seguire le nostre priorità.

Insomma, risulta alla fine che si è sempre tutti concentrati sui SÍ che speriamo di ottenere e così facendo perdiamo di vista l’importanza della gestione dei NO, sia quelli che riceviamo, sia quelli che dobbiamo utilizzare, a fin di bene, per incanalare in modo efficace le energie positive che il nonprofit esprime.

Non è che per caso dovremmo dedicare molto più tempo alla riflessione su questo tema, apparentemente meno piacevole ma alla fine così importante?

PC / C.E.

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