Tenendo conto che in inglese significa anche fidanzamento, fidanzarsi, non possiamo che definire l’”engagement” in questo modo:
coinvolgimento forte e voluto di due persone (oppure di una persona e un brand, una Buona Causa o una organizzazione), basato sul dialogo e su basi paritetiche.
Vediamo bene come in effetti condensare il tutto in una parola in italiano possa essere complesso…
Se lo confrontiamo con l’”involvement”, cioè il coinvolgimento, poniamo quest’ultimo su un livello diverso, nel senso che a volte può essere anche non voluto e comunque più blando e meno impegnativo quanto a durata.
Alcuni autori scrivono che per ottenere coinvolgimento spesso “basta” una efficace comunicazione unidirezionale, mentre l’”engagement” non può che derivare dal dialogo e quindi anche dall’ascolto dell’altro e dal capire come si possa creare una situazione di reciproco beneficio.
È chiaro che dobbiamo cercare di creare “engagement” da parte di donatori, volontari e staff verso la nostra Buona Causa, perché questo sarà la base del sostegno economico ma anche dell’energia e della motivazione delle persone attorno a noi.
Il coinvolgimento può essere visto come una fase intermedia, un “riscaldare” persone fredde che abbiamo incrociato e che ora stiamo cercando di portare sempre più vicine a noi.
Su queste basi risulta chiaro che non basta la “sola” comunicazione a gestire questo percorso di avvicinamento; ci sono aspetti organizzativi importanti, quali ad esempio il modo di gestire le attività oppure il modo in cui si gestisce la leadership e si indica al team da direzione da intraprendere.
In realtà collegati all’”engagement” ci sono molte idee e strumenti anche operativi che vanno esaminati per trovare, di volta in volta, quel particolare mix che fa al caso nostro e ci porta all’obiettivo.
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