Ci è capitato di recente di dovere spiegare ad una organizzazione nonprofit che intendeva iniziare a fare raccolta fondi quali fossero le implicazioni di questa loro decisione; in altre parole si cercava di mettere in fila una serie di attività da impostare che, coerentemente col nostro modello, riguardavano aspetti organizzativi e strategici ancor prima che economici.
Di fronte alla reazione dei nostri interlocutori (“ci deve essere un equivoco, noi vogliamo solo dei fondi in più”) ci è venuto spontaneo fare un esempio ragionando su una semplice attività economica come un negozio, il “negozio all’angolo” che ciascuno ha vicino a casa sua.
E’ possibile, per un negoziante, pensare di vendere la propria merce:
Certamente non sarebbe possibile, e rendiamoci conto che il negoziante tratta beni tangibili e parla il linguaggio universale del commercio e del denaro. In altre parole, l’organizzazione nonprofit si confronta con un’impresa cento volte più ardua.
Come è possibile allora per un soggetto nonprofit pensare di potere fare meno di un minimo di organizzazione e di un piano di attività? Come è possibile, ancora oggi, dare tutto (o quasi) per scontato e per dovuto?
Fare raccolta fondi vuole dire anche aiutare molte organizzazioni a compiere un vero e proprio salto culturale in avanti.
PC / C.E.