Sappiamo tutti quanto l’efficienza della raccolta fondi sia un elemento critico, con risvolti importanti a livello etico. Se si superano certe incidenze di spese generali + costi del fund raising si presta il fianco a possibili critiche e, soprattutto, non si riesce a destinare una quota sufficiente di risorse economiche alla propria Buona Causa.
Da questa preoccupazione, lecita, nasce la distorsione e quindi l’utopia.
A parte le organizzazioni che affermano di riuscire a destinare il 100% di quanto raccolto a un certo progetto (e risulta difficile capire come facciano, a meno che non coprano le spese col surplus della raccolta per altri progetti), ci sono poi le organizzazioni che teorizzano e cercano di praticare il “100% alla Buona Causa, sempre e comunque”.
Queste organizzazioni esistono ma probabilmente non esisteranno a lungo.
Il loro ragionamento parte da un presupposto sbagliato e cioè che sia vergognoso che certi costi distolgano risorse dai fini dell’organizzazione.
In realtà non c’è nulla di vergognoso in quanto un’organizzazione costa per il solo fatto di esistere e non ci sono eccezioni. Anche l’associazione di volontariato più virtuosa non riesce ad azzerare completamente i propri costi. Per questo motivo porsi l’obiettivo di eliminare le spese generali è totalmente inutile.
Stessa cosa dicasi per la raccolta fondi dove, pur impiegando tutte le possibili idee low-cost, valorizzando i volontari e le proprie relazioni e contando sull’aiuto della fortuna non viene mai meno la regola secondo cui il risultato del fund raising è pari a quanto si è investito moltiplicato N volte.
Se questo investimento iniziale è basso il risultato sarà modesto, se l’investimento poi è zero…
Inutile quindi ipotizzare scenari fantascientifici come la raccolta fondi per finanziare le spese generali (e c’è chi ci ha provato!).
Molto meglio prendere coscienza della struttura dei propri costi e:
Blink
Vedere noi stessi e il nonprofit
con occhi diversi...
(TRAS)formazione
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